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a cura della Dott.ssa Paola Maria Taufer
La musica è un'esperienza
universale, comune a tutte le culture, come il linguaggio.
Comune è per primo il canto materno, che presenta caratteristiche importanti all'interno della relazione primaria madre-bambino. E' infatti una prima forma di comunicazione che favorisce lo sviluppo delle funzioni cognitive nel bambino, aumentando il livello di arousal. Diverse ricerche hanno dimostrato anche che già dal terzo mese di gravidanza, il feto risponde agli stimoli sonori; pertanto ancora nell'utero il futuro bambino sembra essere estremamente sensibile alla struttura acustica del suono, quella che i linguisti chiamano prosodia. Dai 3 anni in poi, il bambino è in grado di sincronizzare il suono con movimenti della mano (pacing), attività che diviene molto precisa nei musicisti, ma che se appare deficitaria nel bambino può indicare un disturbo dislessico.
Un tempo la musica era studiata come
fenomeno culturale: ora invece – dopo molti studi a livello
psicologico e di neuroscienze degli ultimi vent'anni – è
entrata a pieno titolo tra i processi cognitivi complessi.
Tra i disturbi congeniti troviamo l'amusia congenita, definita da alcuni sordità tonale (tone deaf). Essa non è conseguente ad una patologia, ma è tipica di persone che non dimostrano alcuna capacità musicale, di riconoscimento dei suoni, o meglio dell'altezza dei suoni musicali. Tra i disturbi acquisiti, vi è pure una forma di amusia acquisita collegata a quella congenita, derivante da uno sviluppo anomalo di alcune strutture cerebrali indispensabili all'elaborazione musicale. Comunque il disturbo più conosciuto e peculiare dell'elaborazione musicale rimane l'agnosia musicale, un disturbo legato a lesioni nella corteccia temporale di entrambi gli emisferi (Peretz, 1996). Chi è affetto da questo disturbo risulta essere incapace di riconoscere suoni e melodie, benché il canale uditivo sia intatto. Alcuni soggetti sono sorprendentemente in grado di riconoscere una nota sbagliata in una melodia, ma non riescono a riconoscere la melodia stessa. L'agnosia musicale è quindi un'affezione molto selettiva, poiché altri tipi di rumori (es. moto che passa) vengono normalmente riconosciuti.
Chi è il genio musicale? Come si
fa ad avere un vero talento musicale? Si può sviluppare o è
innato?
La questione appare molto delicata, poiché una teoria che sostiene la base innata del talento può risultare pericolosa, in quanto fonte di discriminazione sociale; sul lato opposto, una teoria che sostenga solo l'apprendimento mediato da fattori culturali e sociali, rischia di stigmatizzare coloro che non riescono, additandoli come pigri. Da molti studi recenti, sembra che aspetti motivazionali e di avvicinamento ambientale del bambino all'oggetto musica, abbia sicuramente un ruolo importante nello sviluppo delle capacità musicali. Insieme a questo c'è da dire che spesso sono i genitori musicisti ad offrire al bambino l'ambiente adatto a questo sviluppo, dato che magari il piccolo può trascorrere molto tempo con uno strumento e trovare interessante il gioco musicale, tanto da sviluppare una maggiore capacità di concentrazione e di memorizzazione. E' importante sottolineare che – in ogni caso – i più alti livelli di esecuzione si raggiungono solo dopo migliaia di ore di studio. Infatti, anche i grandi talenti, trascorrevano fin da piccoli molte ore al giorno suonando. Da un punto di vista cognitivo, occorre rimarcare il fatto che i musicisti virtuosi spingono il sistema nervoso al limite e oltre. Il fenomeno si rintraccia solitamente in soggetti che suonano: violino, pianoforte, sassofono e chitarra (sono questi infatti gli strumenti che necessitano di maggior virtuosismo).
Lo sviluppo dell'AP, potrebbe essere acquisito da tutti gli individui, ma sembra che il periodo critico termini attorno ai 5-6 anni. Nell'adulto può rimanere il residual absolut pitch (l'orecchio assoluto residuo), ma sembra non si possa più sviluppare. Tuttavia molti studi dimostrano come avere l'orecchio assoluto non serva al musicista per eccellere, ovvero che non vi è alcuna correlazione tra AP e capacità musicali. Sicuramente vi è una componente genetica, come dimostra una percentuale più alta di persone con AP all'interno della stessa famiglia e nel popolo asiatico.
In campo musicale questo monito non
ammette eccezioni. Non vi sono infatti abilità eccezionali
all'inizio della formazione musicale. Il talento può essere
utile, ma non porterà da nessuna parte se non accompagnato da
un esercizio costante e tenace, che dipende non solo dalla quantità
di tempo che vi si dedica, ma anche dalla qualità
dell'esercizio e quindi dalle strategie utilizzate.
In questo caso la dimensione allievo-insegnante è di estrema importanza: l'insegnante di musica ha un'enorme responsabilità che motiva il ragazzo e sviluppa le sue potenzialità oppure lo fa virare verso altri campi. Un approccio caldo e positivo supporta l'allievo e lo sprona a migliorare, mentre un atteggiamento critico sembra meno adatto, soprattutto all'inizio.
La capacità di eseguire una
buona esecuzione, dipende dalle abilità tecniche che conducono
verso l'expertise musicale, una abilità acquisita, non
innata.
Una buona performance, tuttavia, necessita di un passo successivo all'expertise, e trasforma un'ottima esecuzione meccanica in una performance musicalmente pregevole, mettendo in luce il contenuto emozionale della musica. Solo così infatti si ottiene il favore delle platee: unendo la piacevolezza di una melodia con un coinvolgimento emozionale di chi ascolta.
La musica rende più
intelligenti? Secondo molti studi sembra di sì.
L'ascolto e la pratica musicale portano a benefici a breve e a lungo termine, dalla modifica dello stato attentivo e motivazionale alla migliore interazione con le altre persone e al rispetto di un certo numero di regole astratte (accompagnare, andare a tempo, fare un solo..). In effetti se un bambino sceglie di seguire delle lezioni di musica oltre la scuola, è probabile che sia più curioso e più motivato di chi non lo fa. In ogni caso l'effetto positivo delle lezioni di musica si riversa anche su ambiti non musicali: la memoria verbale (Chan, Ho, Cheung, 1998), le abilità matematiche e la lettura (Hurwitz, 1975, Neufeld, 1986). nel 2004 Schellenberg ha studiato l'effetto Mozart ed ha appurato come l'ascolto della musica possa aumentare la prestazione di una serie di compiti cognitivi (tra cui le abilità visuo-spaziali). La musica possiede inoltre la capacità di cambiare l'umore delle persone e questo fatto influisce direttamente sulla prestazione che si ottiene in compiti cognitivi. Chi di noi non si è mai lasciato coinvolgere da una musica particolarmente ricca di significati o di ricordi? | Per maggiori info: info@psicoinfo.it |